Prima fase: il sistema comportamentale dell’attaccamento come predisposizione innata nell’individuo
La Teoria dell’Attaccamento di John Bowlby (1969/1988) ha postulato che l’essere umano presenta già dalla nascita una predisposizione innata a formare legami di attaccamento con le figure genitoriali primarie, le figure di Attaccamento. Gli ormai famosi esperimenti di Harlow (1961) sui primati non umani (macachi rhesus) hanno mostrato come, la tendenza a mantenere una vicinanza con le figure genitoriali trovi la sua innata motivazione in una ricerca di contatto, di conforto e di protezione, più che nella ricerca di pulizia, di scarica della libido e di nutrimento, come fino ad allora aveva sostenuto la psicoanalisi classica. Il modello di funzionamento del sistema di attaccamento fu mutuato dalla teoria dei sistemi di controllo (Craik, 1943) dalla quale Bowlby attinse per il concetto di “comportamento di tipo finalistico”, e dalle allora emergenti teorie di stampo cognitivista che proponevano un modello modulare del comportamento umano regolato da sistemi a feedback (Miller, Galanter e Pribram, 1960). Nella teoria, il sistema dell’attaccamento è inteso come un sistema motivazionale innato, (SMI, Liotti, 2001) che in caso di pericolo, innesca la produzione di una serie di comportamenti differenzialmente orientati (goal-corrected behaviors, Bowlby, 1969) finalizzati al recupero della vicinanza di una specifica figura di attaccamento. Nel bambino piccolo, questi comportamenti possono essere distinti tra: “Comportamenti segnale” (come vocalizzazioni o sorrisi) che promuovono interazioni sociali positive e piacevoli, “comportamenti avversivi” (come gridare o piangere) che determinano l’avvicinamento della Figura di Attaccamento e “comportamenti attivi” (come avvicinarsi o seguire) messi in atto per ridurre la distanza dal caregiver (Belsky e Cassidy, 1994). Una volta che la vicinanza alla figura di attaccamento è stata recuperata, il sistema motivazionale innato dell’attaccamento si disattiva, per lasciare posto ad altri sistemi, come ad esempio a quello dell’esplorazione1. Il caregiver2 è visto dunque come una base sicura (Bowlby, 1988), alla quale il bambino fa ricorso, quando si sente minacciato e abbandonato. L’angoscia di separazione, infatti, è un buon indicatore che la relazione di attaccamento si è stabilita.
Bowlby nella sua trilogia “Attaccamento e Perdita” apporta un innovativo contributo alla teoria psicoanalitica e alla psicologia dello sviluppo, integrando e trasformando le teorie precedentemente formulate.
La sua opera s’inserisce, infatti, all’interno della cornice teorica psicoanalitica pur apportando alcune critiche verso aspetti tipici della posizione classica.
Bowlby conserva l’importanza delle esperienze infantili e delle prime relazioni, elaborando l’idea che i processi inconsci sono la chiave del persistere dell’influenza delle esperienze precoci e che le relazioni affettive abbiano un ruolo nella rielaborazione di tali esperienze. In Bowlby come in Freud è centrale l’idea che, nonostante i notevoli cambiamenti apportati dalla crescita, l’esperienza infantile non vada perduta (Sroufe, 1986).
Bowlby mantiene la nozione di sequenza di sviluppo, ma gli aspetti relativi ad ogni fase sono ampliati ed estesi. Non più la quantità della gratificazione orale, ma la qualità dell’accudimento, diventa adesso l’elemento centrale per il bambino. Lo sviluppo procede indipendentemente dalla natura delle prime cure ma sempre all’interno della cornice delineata dal precedente schema di adattamento. Le esperienze successive sono strutturate ed interpretate nel contesto di rappresentazione di sé e degli altri formate in precedenza. In questo modo è messa in evidenza l’idea fondamentale di Freud che le esperienze infantili costituiscono una base per i successivi comportamenti.
Ugualmente degno di nota è il contributo che Bowlby apporta alla psicologia dello sviluppo. Secondo il suo punto di vista ogni individuo non è caratterizzato da tratti statici che si mantengono costanti nel tempo e in vari contesti, ma al contrario, l’adattamento individuale è un processo continuativo che dipende da modelli operativi interni, ovvero rappresentazioni mentali di se stessi, degli altri e delle relazioni. Questi modelli si esprimeranno in vari modi durante lo sviluppo, anche se alla base di essi vi sarà sempre una struttura del sé coerente. L’esperienza precoce, alla base della struttura del sé, è di fondamentale importanza perché ogni successivo adattamento è il prodotto sia della nuova situazione che dello sviluppo raggiunto in quel momento(Sroufe, 1986).
Attaccamento, Separazione e Perdita: tre momenti fondamentali nelle relazioni affettive.
Nei tre volumi “ Attaccamento e Perdita” l’autore tratta tre momenti fondamentali delle relazioni affettive nel corso dello sviluppo. Nel primo volume, Bowlby si occupa di come e perché si forma la relazione di attaccamento alla figura di accudimento. Nella sua visione rivoluzionaria l’attaccamento non deriva dall’associazione della madre con il cibo, e non fa parte della sessualità. La disposizione al legame è invece un sistema indipendente, biologicamente predisposto nei primati per garantire la sopravivenza. Questo sistema è considerato importante, quanto i sistemi che regolano l’assunzione di cibo e l’attività riproduttiva, perché permette al bambino di individuare l’accessibilità di una o più figure protettive e scegliere le modalità corrette per trovare in essi un rifugio sicuro in caso di pericolo. Se il bambino e la figura di accudimento non fossero strutturati per cercare e mantenere la vicinanza, l’indifeso neonato non sopravvivrebbe. La storia dell’evoluzione, dunque, in questa prospettiva garantirebbe una forte disposizione ad organizzare comportamenti che mantengono la vicinanza con un altro essere specifico. Tutto ciò che si richiede, in più, è la disponibilità dell’altro all’interazione.
All’interno di questa visione, ogni bambino, comunque venga trattato, svilupperà un legame di attaccamento alla figura di accudimento disponibile. In questo senso non sono importanti la presenza o la forza dell’attaccamento, ma la sua qualità. Se il bambino sperimenta un accudimento sicuro e attento alle sue esigenze, acquisterà prima la fiducia nella disponibilità delle attenzioni e in seguito un profondo senso interiore di fiducia in sé e nel proprio valore. Al contrario, se la figura di accudimento è discontinua o assente, ne possono facilmente conseguire insicurezza e ansia nelle relazioni affettive.
Questo processo, secondo Bowlby, spiega come la primaria relazione di attaccamento funge da prototipo per le successive relazioni sociali ponendo l’accento sulla centralità delle risposte della figura di attaccamento ai segnali del bambino e sulla generica disponibilità di quest’ultimo all’attivazione del sistema di comportamento di attaccamento.
Nel secondo volume di “Attaccamento e perdita” lo psichiatra londinese si occupa della separazione. Per il bambino che non ha ancora imparato a parlare le separazioni fisiche costituiscono una minaccia, un segnale naturale di pericolo. Questa percezione della separazione è assolutamente normale in un “ambiente di adattamento evolutivo”, infatti, un tale gesto da parte del genitore lascerebbe il piccolo in balia dei predatori. Le reazioni emotive alla separazione spingono il bambino a cercare la vicinanza e a manifestare sofferenza affinché la figura di attaccamento cerchi di riunirsi a lui.
L’ansia da separazione diviene disadattiva quando viene provata in assenza di minacce di abbandono o quando non comporta un attivazione del comportamento di attaccamento.
Un altro tema trattato in questo volume riguarda il ruolo dell’esperienza nel determinare il grado di sicurezza o di ansia. Secondo l’autore i primi legami di attaccamento si formano intorno ai sette mesi e già alla fine del primo anno il bambino comincia a sviluppare modelli rappresentativi di se e degli altri. Basandosi sull’esperienza, il bambino si creerà aspettative generalizzate sulla figura di accudimento come disponibile e attenta o come non sensibile alle sue esigenze; di conseguenza svilupperà un modello complementare del sé degno o non meritevole di cure. Infatti, secondo Bowlby (1969/1988) gli individui, nel corso dell’interazione col proprio ambiente, costruiscono dei Modelli Operativi Interni (MOI), o Internal Working Models, del mondo fisico e sociale, che comprendono i Modelli Operativi di sé e delle figure di accudimento o, ancor più precisamente, modelli di sé-con-l’altro (Liotti, 2001), dunque della relazione.
“Nel modello operativo del mondo che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di chi siano le figure di attaccamento, di dove le si possa trovare e di come ci si può aspettare che reagiscano. Analogamente, nel modello operativo del Sé che ciascuno si costruisce, una caratteristica fondamentale è il concetto di quanto si sia accettabili o inaccettabili agli occhi delle figure di attaccamento. Sulla struttura di questi modelli complementari l’individuo basa le sue previsioni di quanto le sue figure di attaccamento potranno essere accessibili e responsive se egli si rivolgerà a loro per aiuto. E […] dalla struttura di quei modelli dipendono inoltre la sua fiducia che le sue figure di attaccamento siano in genere facilmente disponibili e la sua paura più o meno grande, che non lo siano: di quando in quando, spesso, oppure nella maggior parte dei casi.”. (Bowlby,1973, pag197)
In un contesto relazionale primitivo, i MOI emergono come l´aspetto interiorizzato della qualità delle interazioni ripetute tra il bambino e la figura di attaccamento e contribuiscono a determinare il comportamento del soggetto e la strutturazione successiva delle relazioni di tale tipo, riflettendo la storia relazionale del bambino con l´adulto di riferimento. La rappresentazione che il bambino costruisce di sé, riflette l´immagine che il genitore ha nei suoi confronti, esteriorizzata attraverso l’accudimento. Pertanto l’immagine che il bambino ha di se dipende dalla relazione con il caregiver e in particolare dall’atteggiamento di quest’ultimo nel prendersi cura di lui.
Nel trattare lo sviluppo dei MOI, Bowlby fa riferimento alla teoria dello sviluppo senso-motorio di Piaget ed ai relativi processi di assimilazione (secondo il quale gli schemi comportamentali del bambino, inizialmente “vuoti” necessitano dell’´ambiente come nutrimento) e di accomodamento (che entra in gioco nel momento in cui il bambino fa degli sforzi per applicare lo schema) descritti dall´autore. Attraverso le interazioni con l´ambiente, infatti, il bambino sviluppa una serie di schemi, all´interno dei quali possono essere incorporate esperienze; allo stesso tempo, gli schemi possono continuamente essere ridefiniti ed accomodati sulla base dei cambiamenti della realtà esterna, tra cui l´ambiente relazionale con la figura di attaccamento che muta col mutare dello sviluppo del bambino. Bowlby ritiene che nel corso dello sviluppo senso-motorio il bambino comprenda le relazioni nel contesto delle ripetute interazioni con le figure di accudimento. Tali forme embrionali di rappresentazione di sé-con-l´altro mettono in grado il bambino di riconoscere gli schemi transazionali e quindi anticipare cosa la figura di attaccamento molto probabilmente farà. Con lo sviluppo della memoria rievocativa (essendo il bambino in grado di capire che gli oggetti, genitori compresi, continuano ad esistere anche al di fuori del campo visivo) i modelli operativi cominciano a diventare intenzionali e possono cominciare ad essere usati per creare e valutare semplici piani di attaccamento, ad esempio cercare una figura di attaccamento. Nei primi anni di vita, dunque, i MOI sono relativamente aperti al cambiamento, in relazione al mutare della qualità dell´interazione con le figure di accadimento. Tuttavia già nel corso dell´infanzia cominciano a consolidarsi, fino a venir dati così per scontati da arrivare ad operare a livello inconscio.
Una conseguenza inevitabile di tutto ciò è dunque la creazione di rappresentazioni del sè e quindi anche della formazione di parte della personalità del bambino. Bowlby sostiene che a fronte di una disponibilità e sensibilità materna, il bambino interiorizzerà un modello degli altri come disponibili e un modello di sè come degno di cure e capace di incidere sugli avvenimenti. Al contrario, in caso di caregiving ambivalente o assente, il bambino svilupperà rispettivamente un modello operativo interno caratterizzato da scarsa fiducia in sé e dipendenza o una rappresentazione di sé come persona non degna di cure e attenzioni.
Nel terzo e ultimo volume viene affrontato il tema della perdita. Bowlby si concentra sul lutto considerandolo una reazione normale alla perdita di una relazione affettiva. Le figure perdute devono essere piante e, se la perdita è definitiva, normale è la prolungata reazione emotiva che ne consegue. Ciò che non è funzionale e che potrebbe essere potenzialmente patologico è l’assenza di lutto o la mancata elaborazione di esso. Entrambe possono essere in rapporto con una depressione in età adulta.
Seconda fase: relazione tra responsività e sensibilità materna e attaccamento sicuro nel bambino: Il progetto di Baltimora.
La seconda fase nello studio dell’attaccamento è stata avviata da Mary Ainsworth. La psicologa canadese, particolarmente interessata alla teorizzazione di Bowlby e attenta agli studi etologici di Robertson(1958) e Harlow(1958) sui macachi rehesus decise di osservare 26 famiglie con bambini non ancora svezzati di età compresa tra gli 1 e i 24 mesi per valutare se quanto osservato sui primati non umani in relazione alla separazione dalla madre si presentava anche nella relazione diadica tra madre e figlio. Ainsworth osservò le relazioni madre-figlio in contesto naturalistico per due ore ogni due settimane durante un periodo di nove mesi.
I risultati di questa ricerca osservativa, svoltasi in Uganda, furono molto importanti nell’identificazione di differenze individuali nella qualità di interazione madre-bambino. Sulla base dei dati raccolti infatti la ricercatrice analizzò la sensibilità materna alle richieste dei figli, identificando due tipologie di madri: quelle con un alto livello di sensibilità e disponibilità e quelle che avevano più difficoltà a comprendere e risolvere le necessità dei figli. Furono inoltre identificati tre pattern da attaccamento infantili: i bambini con attaccamento sicuro piangevano meno e sembravano più attivi nell’esplorazione dell’ambiente in presenza della madre, i bambini insicuri piangevano frequentemente ed esploravano di rado ciò che li circondava ed infine i bambini che non avevano ancora sviluppato un legame di attaccamento, perché ancora troppo piccoli, non presentavano comportamenti differenziati nei confronti della madre e, di conseguenza, non erano inseriti nei primi due pattern di attaccamento (Ainswoth, 1963). L’attaccamento sicuro inoltre appariva significativamente correlato con la sensibilità materna: i bambini con madri sensibili presentavano attaccamento sicuro mentre quelli le cui madri erano meno sensibili venivano classificati come insicuri.
Una volta concluso questo studio Mary Ainsworth iniziò un’altra ricerca, il progetto di Baltimora con l’intento di integrare e ampliare i risultati ottenuti in quella precedente.
Le 26 famiglie che parteciparono allo studio di Baltimora furono sottoposte a un’osservazione naturalistica, integrata con interviste dirette. I dati raccolti in queste osservazioni furono annotati durante intervalli di tempo predefiniti di 5 minuti e successivamente registrati su cassetta.
Le registrazioni furono poi analizzate ponendo attenzione in particolare all’interazione madre-figlio nei primi mesi e operando un analisi separata di alcuni aspetti (interazione faccia a faccia, pianti, condotta esplorativa, obbedienza, contatti affettivi). I risultati di questo studio hanno dimostrato che una maggior sensibilità materna rilevata durante il primo mese era associata a una relazione madre-figlio più armoniosa nel quarto e che i bambini con madri più responsive piangevano molto meno rispetto agli altri (Bell & Ainsworth, 1972). I Dati ottenuti dalle osservazioni furono poi correlate con il comportamento dei bambini in laboratorio alcuni mesi dopo all’interno di una procedura conosciuta come Strange Situation (Ainsworth & Witting, 1969). Questa procedura osservativa, volta a analizzare l’attaccamento del bambino dai 12 ai 18 mesi, comprendeva otto episodi in cui veniva osservato il comportamento del bambino in situazioni di gioco con la madre, separazione dalla madre, gioco in presenza di un estraneo e ricongiunzione con la madre. Esattamente come si aspettava, Ainsworth notò che i bambini esploravano l’ambiente e giocavano più serenamente in presenza della madre. Risultò invece sorpresa dall’esistenza di diversi pattern di comportamento, osservati durante la ricongiunzione alla madre dopo un periodo di separazione. Alcuni bambini sembravano non curarsi della madre al rientro nella stanza o addirittura la rifiutavano quando lei cercava il contatto; altri invece piangevano ininterrottamente cercando il contatto, senza riuscire a sedarsi nemmeno quando questo veniva concesso e talvolta mostravano la loro ambivalenza tirando calci o pugni alla madre mentre quest’ultima li teneva vicino a se. Analizzando i dati raccolti nell’osservazione domestica di qualche mese prima la psicologa canadese notò che questi bambini che si dimostravano ambivalenti o evitanti in fase di ricongiunzione erano quelli che nei primi mesi di vita avevano avuto una relazione meno armoniosa con la madre (Ainsworth, Bell & Stayton, 1974). Questa scoperta diede origine all’ormai conosciuto sistema di classificazione dei pattern di attaccamento.
I Pattern di attaccamento individuati dalla Ainsworth dopo lo studio di Baltimora furono tre: Sicuri (Pattern B) erano quei bambini che dopo aver mostrato i normali segni di ansia da separazione durante l’uscita del genitore dalla stanza, riuscivano ad accoglierlo attivamente al ritorno e, dopo un breve contatto con esso mirato ad alleviare l’angoscia, tornavano a esplorare l’ambiente e a giocare nella stanza.
Insicuri Evitanti (pattern A) erano i bambini che non mostravano alcun segno di ansia da separazione durante l’assenza della madre e che al rientro di quest’ultima tendevano a evitarla rifiutando attivamente il contatto e non mostrando alcun tipo di emozione.
Insicuri ambivalenti (Pattern C) erano infine quei bambini che sembravano preoccupati per il genitore durante tutta la procedura e che durante la separazione mostravano segni di ansia eccessiva associata anche a rabbia. Durante il rientro della madre avevano problemi a sedare l’angoscia e talvolta mostravano atteggiamenti ambivalenti con difficoltà a riprendere l’esplorazione del contesto.
La maggior parte delle scoperte di Mary Ainsworth, riguardanti il comportamento dei bambini nella Strange Situation, non solo hanno permesso a Bowlby di integrare la propria teoria, ma sono anche state replicate più volte e, nel 1990, Main e Solomon identificarono un pattern che non rientrava all’interno della classificazione precedentemente indicata. Durante una ricerca in cui venne utilizzata la pratica osservativa della Strange Situation i ricercatori individuarono un gruppo di bambini che presentavano comportamenti disorientati e contraddittori al rientro del genitore: si bloccavano come in trance (Freezing, stilling, underwater), si dondolavano, agitavano le mani in aria, presentavano stereotipie e posture anomale, correvano in contro al genitore per abbracciarlo con il viso corrucciato e rabbioso, abbracciavano il genitore e allo stesso tempo si contorcevano per divincolarsi etc. Questi soggetti furono inseriti in una quarta categoria definita Disorganizzata, (Pattern D) (Main, Solomon, 1990) perché caratterizzata dell’assenza, nei soggetti, di una compiuta strategia comportamentale atta a mantenere il legame di attaccamento. I bambini che appartenevano a questa categoria presentavano, nella maggior parte dei casi, una storia di maltrattamento e abuso (Crittenden, 1985). Generalmente infatti il pattern D si sviluppa nel caso in cui in condizione di stress il genitore non funge da base sicura per il bambino e addirittura si dimostra spaventante o spaventato a sua volta. Nel primo caso il bambino, che si trova di fronte ad un genitore spaventante, non riesce a trovare soluzione al paradosso di provare paura nei confronti della figura che in realtà dovrebbe proteggerlo e confortarlo nella situazione di stress; questo porta a un crollo delle strategie di problem solving e a una disorganizzazione profonda. Questo tipo di pattern, si verifica in caso di genitori che abusano o maltrattano il bambino. Nel secondo caso, il bambino che si trova di fronte a una situazione di stress non trova conforto nel caregiver perché quest’ultimo non è in grado a sua volta di far fronte ad essa. E’ questo il caso di genitori che si trovano in uno “stato della mente irrisolto” dovuto probabilmente alla mancata elaborazione di un lutto o di un trauma (Main & Hesse,1992).
La sensibilità materna come fattore necessario ma non sufficiente a predire un attaccamento sicuro
Bowlby (1969) ha ipotizzato che una delle condizioni che contribuiscono allo sviluppo di un legame di attaccamento sicuro possa essere la sensibilità del caregiver nel rispondere ai segnali del bambino. Quando i neonati sperimentano che le loro iniziative sociali hanno successo riescono a stabilire uno scambio reciproco con la madre di tipo gioioso e attivo e a sviluppare un legame di attaccamento sicuro.
Ainsworth e i suoi collaboratori sono stati i primi ad analizzare la relazione tra il comportamento del genitore in contesto familiare e la sicurezza di attaccamento (Ainsworth et al.,1978) nello studio di Baltimora. Nei successivi dieci anni le medesime procedure utilizzate dalla Ainsworth sono state oggetto di numerose ricerche. Nella prima meta analisi di Goldsmith e Alansky (1987) furono analizzati tredici di questi studi con il risultato che la sensibilità materna aveva un potere predittivo sull’attaccamento sicuro ma in misura molto minore rispetto a quanto rilevato nello studio di Baltimora e nei successivi studi simili. La correlazione tra attaccamento sicuro e sensibilità genitoriale non risultava più così significativa.
In una seconda meta analisi (De Wolff, van Ijzendoorn, 1997) sviluppata dieci anni dopo la precedente, i ricercatori hanno cercato di verificare la posizione ortodossa e di valutare quali altri fattori contestuali intervengono nella relazione fra sensibilità e attaccamento. Per vagliare tale ipotesi gli autori hanno analizzato nove sottogruppi di concetti: sensibilità, contiguità della risposta, contatto fisico, cooperazione, sincronia, reciprocità, supporto, atteggiamento positivo e stimolazione. Ognuno di questi sottogruppi è stato poi correlato con la relazione di attaccamento e i risultati hanno mostrato che la sensibilità presentava un coefficiente di correlazione significativamente inferiore rispetto a quello ottenuto nello studio della Ainsworth (r =0.22 versus r = 0.78 nello studio di Baltimora) e che altri due sottogruppi presentavano una correlazione maggiore : sincronia r = 0.26 e reciprocità r = 0.32.)
In uno studio più recente (Posada, Carbonell, Alzate e Plata, 2004) hanno cercato di validare ulteriormente l’ipotesi di una relazione tra attaccamento sicuro e responsività materna.
Un primo risultato dello studio ha mostrato che esistevano nove categorie di comportamento materno riferito all’ambito del caregiving: prontezza nella responsività, responsività effettiva, coerenza comportamentale, equilibrio tra risposte date al bambino e risposte date in altri contesti, equilibrio tra contatto fisico e interazione sociale con il bambino, piacevolezza nell’interazione, interazioni armoniose, frequenza e qualità del contatto fisico, frequenza e diverse funzioni dell’interazione verbale materna. Inoltre i risultati ottenuti indicano una correlazione positiva significativa tra tutte queste scale, che sono risultate inoltre essere correlate in modo significativo con la sensibilità materna misurata attraverso il MBQS.
Inoltre i risultati hanno mostrato che ogni scala correlava con la sicurezza di attaccamento nel bambino (misurata con l’AQS): a un alto punteggio ottenuto dalla madre su ogni scala corrispondeva un alto punteggio del bambino in relazione alla sicurezza di attaccamento e ogni scala presentava un r di Pearson significativo in relazione alla sicurezza. Infine la correlazione tra la sensibilità materna e la sicurezza è risultata pari a 0.42 con p< .01.
Quindi, anche in tale studio, la correlazione tra la sensibilità materna e la sicurezza dell’attaccamento è risultata significativa ma il valore del coefficiente (r di pearson) non era elevato come quello riscontrato da Ainsworth nello studio di Baltimora.
I risultati di altri studi hanno in ogni modo mostrato una correlazione tra un attaccamento di tipo insicuro ambivalente ed una modalità d’interazione intrusiva ed eccessivamente stimolante ed una correlazione tra un attaccamento insicuro evitante e un approccio non responsivo e distaccato del caregiving (Belsky et al.,1984; Smith, Pederson,1988; Isabella et al.,1989; Lewis, Fairing, 1989; Malatesta et al.,1989).
Poiché il fornire cure attente che inducono sicurezza richiede un’attenta lettura da parte del genitore dei bisogni e degli stati d’animo del bambino, è fondamentale che il caregiver possegga le necessarie capacità di mentalizzazione, per essere in grado di rispondere in maniera tempestiva ed empatica ai segnali affettivi e comportamentali del figlio. Una buona teoria della mente infatti permette di interpretare e comprendere in maniera adeguata i bisogni e gli stati d’animo dell’altro; questo è necessario per una buona sensibilità e responsività e di conseguenza per lo sviluppo di un attaccamento sicuro.
Osservando i dati ottenuti dai numerosi studi sull’argomento si può concludere dicendo che Bowlby (1969) aveva ragione nel sottolineare l’importanza della sensibilità materna nello sviluppo di un attaccamento sicuro nel bambino; tuttavia i risultati mostrano che la sensibilità non può essere considerata il fattore esclusivo, anche se non conosciamo nessuna ricerca che abbia trovato una correlazione significativa tra sensibilità materna e attaccamento insicuro.
Per questo motivo è necessario intraprendere un approccio multidimensionale agli antecedenti genitoriali della sicurezza di attaccamento (De Wolf, van Ijzendoorn, 1997) senza, tuttavia escludere la sicurezza come fattore importante.
Una delle variabili da tenere in considerazione in un approccio di questo tipo è il temperamento del bambino. Thomas e Chess (1977), dopo aver intervistato alcune madri, hanno riscontrato la presenza di molte differenze individuali nei bambini, specialmente in relazione all’emozionalità, alla socievolezza e all’attività. Queste diversità sono state definite come “stili temperamentali”, e, sulla base di essi, è stato possibile distinguere bambini “difficili” (aritmici, lenti nell’approccio, non adattabili, con umore negativo frequente) da bambini “facili” (regolari nelle funzioni fisiologiche, dall’approccio facile, adattabili e positivi nell’umore).
Il temperamento sembra influire in modo indiretto sul legame di attaccamento. I bambini che piangevano di più avevano generalmente madri meno interattive e meno responsive (Cameron, 1978); i bambini che alla nascita erano più irritabili e più difficili da calmare, a 12 mesi manifestavano comportamenti ansioso-abivalenti (Attili, Vermigli, Felaco, Alcini e Travaglia, 1991).
L’influenza dello stile temperamentale sul legame di attaccamento è comunque indiretta (influenza direttamente la sensibilità materna che a sua volta ha effetti diretti sul pattern di attaccamento); infatti, se le madri di bambini difficili vengono addestrate alla “sensibilità”, è probabile che si sviluppi un attaccamento sicuro (Lieberman, Weston e Pawl,1991).
Terza fase: i processi rappresentazionali e la trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento
La terza e ultima fase della teoria dell’attaccamento è caratterizzata da un interesse per i processi rappresentazionali (Brentherton, Waters, 1985). In questa fase della teoria il focus attentivo è posto sui modelli operativi interni. I MOI sono rappresentazioni mentali, costruite dall’individuo, sulla base della relazione con il caregiver, come strutture mentali che contengono le diverse configurazioni (spaziale, temporale, causale) dei fenomeni del mondo e che hanno la funzione di veicolare la percezione e l’interpretazione degli eventi, consentendo di fare previsioni e creare aspettative sugli accadimenti della propria vita relazionale. Bowlby (1969) utilizza il concetto di “modello operativo interno” in senso metaforico per sottolineare la dinamicità, nonché il carattere relazionale, dei processi alla base del comportamento. Il termine modello indica che la struttura della rappresentazione è relazionale e trae origine dall’interazione con il mondo reale, mentre il termine operativo sottolinea la qualità dinamica di tali modelli.
In questo caso i ricercatori hanno scoperto relazioni sistematiche tra l’organizzazione delle rappresentazioni mentali dei primi legami di attaccamento e il discorso, i disegni , il racconto, il gioco e le abilità visuospaziali in età prescolare e scolare.
Il separation anxiety test per adolescenti (Hansburg, 1972), adattato ai bambini in età scolare da Klagsburn and Bowlby nel 1976 e attualmente riesaminato da Slough e Greemberg (1991) e Attili (2001), ha permesso di osservare che bambini di sei anni, con un attaccamento sicuro in età precoce, presentavano una rappresentazione di relazioni costruttive, in caso di separazione dalla madre mentre, i bambini che alla Strange Situation erano stati classificati come disorganizzati, davano risposte spaventate (“ il bambino si ucciderà”, “ i genitori moriranno”; Main, Kaplan, Cassidy, 1985). Questa tendenza alle fantasie catastrofiche è stata individuata in altri bambini disorganizzati (Main,1995) e in bambini controllanti (Solomon et al., 1995).
Numerosi studi empirici si sono poi occupati di valutare gli effetti di un attaccamento sicuro in età prescolare e scolare. Matas, Arend e Sroufe (1978) riportano differenze nella capacità di completare puzzle all’età di due anni; i bambini sicuri avevano prestazioni migliori perché affrontavano il compito con maggior entusiasmo, erano pronti a collaborare con l’adulto, positivi nelle emozioni, costanti e attenti. Esistevano inoltre differenze nella risoluzione di problemi che richiedevano attività visuo spaziali (Grove, 1983; Frankel e Bates, 1990) e nella capacità di esplorare l’ambiente circostante
(Hazen, Durret, 1982); in entrambe i casi i soggetti che appartenevano al pattern B si dimostravano più autonomi e ottenevano prestazioni migliori.
Per quanto riguarda il gioco simbolico si è osservato che bambini molto piccoli con attaccamento sicuro si impegnavano più frequentemente in sofisticate sequenze di finzione rispetto ai coetanei
(Matas, Arend, Sroufe, 1978; Brentherton et al., 1979; Belsky, Garduque, 1984); tali differenze non si presentavano dopo i 3 anni di età, anche se i bambini sicuri risultavano comunque più capaci di organizzare un gioco intorno a un tema e di accettare come stimolo il coinvolgimento della madre (Slade, 1987).
La qualità del rapporto genitore-figlio e l’instaurarsi di un attaccamento sicuro ha importanti conseguenze anche sullo sviluppo del linguaggio, dell’interazione del bambino con il materiale letterario e quindi anche nella comparsa dell’emergent literacy. Dijkstra, Bus e van Izendoorn (1995) hanno cercato di capire se la qualità dell’attaccamento era correlata con il quoziente intellettivo e la competenza linguistica del bambino; hanno riscontrato che bambini sicuri apparivano più competenti nell’abilità linguistica rispetto a quelli insicuri. Lo sviluppo del linguaggio sembrava essere stimolato in contesti di buon attaccamento, in quanto i genitori si presentavano come migliori insegnanti e i figli come allievi più motivati. Per quanto riguarda la relazione con il QI non vi sono stati risultati significativi. Menis (1998) ha messo in relazione la sicurezza di attaccamento con le differenze dello stile nell’acquisizione linguistica notando che i bambini appartenenti al pattern B nei primi venti mesi presentavano un vocabolario più ricco di nomi comuni rispetto agli insicuri.
Bus, van Ijzendoorn (1988) in uno studio longitudinale hanno, inoltre, messo in evidenza che bambini con attaccamento sicuro in età precoce avevano abilità più sviluppate nell’esplorazione del linguaggio in età prescolare: nominavano un numero maggiore di lettere durante il gioco, richiedevano più spesso all’adulto di leggere e scrivere parole e disegnavano più spesso lettere dell’alfabeto nelle loro composizioni artistiche. Per quanto riguarda la quantità di lettere riconosciute e la conoscenza dell’alfabeto erano le medesime in tutti i bambini. In sostanza i soggetti che appartenevano al pattern B mostravano interesse maggiore per il materiale scritto e sentivano la loro madre come base sicura per poterlo conoscere ed esplorare.
Sembra inoltre che ci siano differenze nello stile linguistico acquisito da bambini sicuri e bambini insicuri: i risultati dimostrano che i bambini che appartengono al pattern B sono più propensi a manifestare aspetti referenziali nell’apprendimento linguistico. Questi soggetti tendono a coinvolgere la madre nell’esplorazione del mondo circostante e a considerarla come punto di riferimento; questo permette al bambino di interagire maggiormente con gli oggetti e quindi apprendere, grazie al supporto materno, più parole e ad utilizzare il linguaggio in maniera referenziale.
I processi rappresentazionali sembrano inoltre essere coinvolti nella regolazione emozionale del bambino. Secondo Thompson (1998): “ la regolazione emozionale comprende non solo strategie acquisite di auto-gestione delle emozioni, ma anche una varietà di influenze esterne per mezzo delle quali viene regolata la vita emotiva”. Le influenze esterne includono le influenze modulatorie del caregiver durante l’infanzia e le relazioni empatiche, che vengono interiorizzate dal bambino in forma di rapprsentazioni mentali che influenzano la regolazione affettiva e comportamentale in vari contesti di vita. Gli stili di regolazione emozionale sono radicati negli interscambi diadici precoci e hanno appunto sequele rappresentazionali (Cassidy,1994; Derryberry e Reed, 1996; Schore, 1996; Thompson, 1994). La rassegna di Cassidy (1994) sulla relazione tra qualità dell’attaccamento e regolazione emotiva ha evidenziato che i due principali stili di attaccamento insicuro sono correlati a differenti pattern di inibizione o aumento dell’emotività. L’attaccamento evitante è associato ad inibizione dell’affettività mentre quello ambivalente, associato all’ipervigilanza, è accompagnato da aumento o intensificazione dell’affettività. Le conseguenze di queste regolazioni emozionali sono direttamente osservabili nel comportamento. Uno stile regolatorio caratterizzato da affettività negativa repressa, sfocerà quasi sicuramente in comportamenti internalizzati in contesto sociale; mentre uno stile emozionale caratterizzato da un’espressione affettiva eccessiva alla presenza del caregiver, porterà il bambino ad avere problemi di esternalizzazione in contesto relazionale (Sroufe et al.,2000).
Un altro importante tema, su cui si è focalizzata la ricerca attuale, riguarda la possibile corrispondenza tra pattern di attaccamento in età precoce e in età adulta. Grazie all’Adult Attachment Interview
(George, Kaplan & Main, 1984; Main, Goldwyn, 1998), un’intervista semistrutturata atta ad indagare la qualità dell’attaccamento in età adulta, è ormai possibile valutare attraverso studi longitudinali la continuità o discontinuità dei pattern di attaccamento nel tempo e l’eventuale concordanza di pattern relazionali tra genitori e figli. Dai dati empirici è stato possibile osservare, ad esempio, che esiste una trasmissione intergenerazionale dell’attaccamento. In realtà grazie all’utilizzo dell’AAI si è potuto vedere che non esiste un legame diretto tra le prime esperienze di attaccamento dei genitori e il loro comportamento genitoriale; vi è sempre una mediazione da parte delle attuali rappresentazioni mentali dell’attaccamento. I MOI attuali si costituiscono, non solo sulle basi delle esperienze precoci di attaccamento, ma anche grazie all’influenza di relazioni instaurate in seguito. Inoltre, il comportamento genitoriale pare essere in qualche modo influenzato dal contesto sociale; un network relazionale supportivo potrebbe mitigare gli effetti di circostanze potenzialmente sfavorevoli (Belsky,1984). La qualità e la natura del supporto che le madri ricevono da persone significative influiscono sul modo in cui esse interagiscono con i figli (Cockran, Brassard, 1979). Per esempio si è osservato che le madri, con maggior sostegno dalla comunità di appartenenza, interagiscono più positivamente con i loro figli di quattro mesi (Crnic, Ragozin et al., 1983); mentre le madri con frequenti interazioni negative con altre persone significative, mostrano meno sensibilità con i figli nati prematuri (Zarling, Hirsch, Landry, 1988). Dunque il supporto sociale sembra avere un’influenza diretta sulla qualità delle cure materne e di conseguenza un’influenza indiretta anche sull’attaccamento del figlio (Crittenden,1985). Questo avviene anche nel momento in cui si parla di sostegno matrimoniale; una qualità matrimoniale buona e un supporto da parte del coniuge porta infatti la caregiver a sentirsi soddisfatta nel proprio ruolo di madre e di conseguenza ad elargire cure migliori nei confronti del figlio (Isabella,1994). Infatti i bambini che crescono in famiglie i cui matrimoni sono stabili hanno una maggior probabilità di sviluppare un legame di attaccamento sicuro, rispetto a quelli che crescono dove manca la soddisfazione matrimoniale. L’aspetto interessante di questi studi sul supporto sociale e coniugale è il fatto che sono coerenti con altre ricerche che mostrano come una madre, che presenta una storia evolutiva che predispone al rischio, ha meno possibilità di diventare una madre inadeguata se può contare sul supporto esterno, in particolare su quello coniugale (Belsky, Pensky, 1988).
Anche il temperamento infantile rappresenta una variabile importante (è infatti considerato una determinante classica, insieme alla responsività materna, dell’attaccamento sicuro), in quanto alcune componenti possono predisporre il bambino a stabilire specifiche relazioni di attaccamento e condizionare il caregiving. Alcuni ricercatori, come Goldsmith e Campos (1982), prospettano addirittura tre alternative per spiegare le differenze osservate fra diadi madre-bambino sicure e insicure. Nello specifico i due autori sostengono che: 1) il temperamento influenza in maniera diretta la sensibilità materna, che influenzerà a sua volta la relazione di attaccamento; 2) la sensibilità materna può determinare la capacità del bambino di esprimere il proprio temperamento e il comportamento di attaccamento; 3) la Strange Situation, utilizzando specifici comportamenti infantili come unità di base per la classificazione, va intesa come misura di tratti temperamentali e non come misura di sicurezza dell’attaccamento.
All’interno di questa teoria si colloca la critica di Sroufe (1985) il quale sostiene che sia un errore ridurre i comportamenti di attaccamento a sottostanti variabili temperamentali. Sia Bowlby che Ainsworth, infatti, avevano definito l’attaccamento in termini relazionali e il temperamento come caratteristica individuale. L’autore inoltre propone un approccio interazionale tra i due modelli poiché sostiene che entrambe le variabili siano importanti nel definire il comportamento infantile di fronte alla separazione.
In ogni caso appare evidente che una posizione forte a favore del predominio esclusivo della determinante temperamentale è insostenibile. In primo luogo non ci sono associazioni specifiche tra la distinzione temperamentale di “facile” e “difficile” e il dato di sicurezza dell’attaccamento; in secondo luogo numerosi dati empirici permettono di mettere in luce l’influenza di eventi stressanti sul rapporto diadico (Vaughn et al., 1979), l’evidenza di classificazioni significativamente concordanti nei fratelli(Ward, 1983; Ward, Vaughn, Robb, 1988) e l’esistenza di attaccamenti multipli con pattern comportamentali differenti nelle relazioni bambino-madre e bambino-padre (Lamb et al., 1982; Main, Weston, 1982; Belsky, Rovine, 1987).
Sulla base di quanto detto finora il modello di trasmissione intergenerazionale non può non tener conto di alcune variabili che hanno sicuramente un ruolo fondamentale nella trasmissione stessa e nella concordanza di pattern tra genitore e figlio.
In questo modello non esiste più una relazione diretta tra esperienze di attaccamento in età precoce del genitore e comportamento genitoriale ma una relazione indiretta mediata dalla rappresentazione mentale dell’attaccamento. Questi internal working model si costituiscono sia sulla base delle prime relazioni infantili che sulla base di relazioni successive, contesto sociale più o meno supportivo e temperamento/caratteristiche del bambino.
Un’ altra caratteristica che non è nominata nel modello intergenerazionale dell’attaccamento ma che è stata studiata come variabile che influenza lo sviluppo dei MOI del genitore e l’attaccamento sicuro/insicuro del figlio, è riconducibile alla salute e al benessere psicologico del genitore al momento della nascita. E’ infatti possibile che un genitore, in seguito alle proprie esperienze infantili e alle relazioni successive, abbia sviluppato una rappresentazione mentale delle relazioni come sicura- autonoma, tuttavia a causa di un evento stressante inatteso si trovi in una condizione psicologica precaria e non stabile; in tal caso questa condizione temporanea potrebbe influenzare la qualità delle cure elargite al figlio e di conseguenza avere un effetto indiretto sullo sviluppo del legame di attaccamento di quest’ultimo (Belsky,1984; Gelfand, Teti,1990).
1 Il sistema comportamentale d’esplorazione svolge l’importante funzione di fornire al bambino le informazioni sul funzionamento dell’ambiente circostante. Da un punto di vista evoluzionistico tale sistema svolge, quindi, una funzione adattiva fondamentale, che può incrementare le possibilità di sopravvivenza dell’individuo.
2 Nella presentazione dei criteri il termine “caregiver” verrà utilizzato per indicare la figura materna o entrambe i genitori